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    February 15

    racconto: voltando pagina

    Non è facile svuotare completamente un cuore e poi costringerlo all'apatia.

    Riesco solo a fissarmi sui ricordi, quanti sono? Troppi. Decido di voltare pagina, ma non trovo la pace. Provo a voltarne un'altra.

    La pagina è incollata alla precedente. Maledette case editrici! Libri costosi, autori malpagati, arte venale e pagine logore...

    Non so di cosa parlo. Sproloquio per non fissarmi, ma lo sto facendo. Fissarmi su cosa, su chi? Segreto da diario, segreto di Stato archiviato per evitare l'involuzione. La recrudescenza è già cominciata, non si può corroborare ciò che ha già raggiunto il fondo. Non posso nascondere quello che tutti sanno, tutti mi chiedono.

    “Come stai?”

    “Si tira avanti…”

    Cosa dovrei rispondere? Come dovrei reagire? Scrivo, ma è un palliativo. Prego, ma non ci credo. Ripenso alla gente che non conoscevo, che non lo conosceva radunata con noi l’ultima volta, per l’ultimo saluto sordo che lui non conoscerà mai.

    Chissà perché erano lì… chissà perché quando avrebbero potuto vederlo e parlargli non l’hanno fatto. La gente evita i guai, se gli chiedi un favore è impegnata, se non gli fai un favore sei ignobile, la gente corre per non fare ritardo, strilla per dominare gli altri… ti saluta e ti dice: “vado di fretta, ci sentiamo!” ma non ti richiama mai.

    E poi ti chiede come stai, nonostante sia palese il tuo stato d’animo. Ho smesso di parlare, di salutare… ho cominciato a scrivere.

    I morti non possono più morire.

    Il sole rutilante del tramonto in città non si vede.

    Automobili fragorose soppiantano motozappe operose.

    Mi abituo al grigio, mi manca il verde.

    Il mondo va alla deriva,

    non lo dicono i testimoni di Geova,

    non lo dice la Destra,

    non lo dice la Bibbia,

    o forse sì.

    Il mondo va alla deriva,

    si ravvisa ogni momento che la gente è insana,

    megalomane.

    Si ravvisa ogni momento:

    il mondo ha raggiunto l’acme della malattia, di tutte le disfasie.

    I morti non possono più morire.

    Si sottraggono alla degenerazione,

    all’involuzione della razza, alla morte lenta.

    Il sole rutilante del tramonto in città non si vede.

    Tornerò in campagna. Peccato che lui non potrà vederlo.

    I morti non possono più vivere.

    Vorrei sfogliare le pagine della mia maledetta unica vita, ma non so dove andare, cosa trovare...

    Indugio su quella pagina incollata. Devo staccarla, con foga.

    Devo aspettare e non piangere. La sua morte è stata la mia malattia. Spero di guarire nella prossima pagina.

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